Lo stress post-traumatico: devastante eredità di guerra
20260224 . Oggi è il quarto anniversario dell’invasione russa dell’Ucraina. Da quando la “guerra a bassa intensità” nel Donbass si è trasformata in conflitto su vasta scala, centinaia di migliaia di uomini hanno imbracciato le armi per combattere. Molti di questi sono morti, basta fare un giro nei cimiteri di Kiev, Odessa o Kharkiv per avere una prova empirica dei numeri approssimativi. Senza contare i dispersi, i feriti gravi, i prigionieri, gli invalidi, i traumatizzati e quelli che qualsiasi cosa succeda non torneranno mai alla vita di prima.
I TRAUMI psicologici sono l’eredità più devastante di una guerra, perché non sono evidenti e non si risolvono con l’aiuto pratico nell’immediato. Se c’è carenza di cibo si possono mandare aiuti umanitari, le case si ricostruiscono come le scuole, le fabbriche si riconvertono e gli alleati possono fornire prestiti per la ripresa economica. Ma cosa fare con chi ha vissuto per anni solo violenza e morte? Non solo i soldati, ma i civili nelle zone di combattimento attivo e quelli sfollati, le famiglie dei caduti, i bambini, le comunità discriminate come quella Lgbtqi+. C’è una costante che colpisce trasversalmente tutte le società che passano attraverso un conflitto: il disturbo da stress post-traumatico (Ptsd).
Si tratta di un disturbo che insorge dopo un evento traumatico e si caratterizza per la riattivazione involontaria e ripetuta del trauma, l’evitamento e uno stato di allerta persistente, con impatto rilevante sulla vita quotidiana della persona. I flashback sono una costante del Ptsd e portano chi ne soffre a rivivere l’evento scatenante come se fosse presente. «Il cervello in questi casi funziona in modo particolare» ci spiega Elena Butta, coordinatrice medica di progetto di Medici Senza Frontiere, che si è occupata fino a gennaio di quest’anno del centro specializzato per la salute mentale della popolazione affetta dai traumi della guerra a Vinnytsia, «un colore, un suono, una forma possono scatenare la reazione che ti porta a rivivere l’evento traumatico». Senza un percorso serio e continuativo il Ptsd non si cura, servono psichiatri e medici che controllino che eventuali supporti farmacologici non interferiscano con altri trattamenti, come nel caso dei malati cronici o di chi ha subito amputazioni, comunità di riferimento che siano disposte ad accogliere chi affronta il percorso riabilitativo e tanta attenzione da parte delle autorità.
Fondi, programmi ad hoc, strutture, personale adeguatamente formato. Come quello di Vinnytsia, dove Msf dal settembre 2023 ha installato – in collaborazione con l’autorità regionale per la salute e quella per le politiche sociali – un centro permanente per la cura del Ptsd in Ucraina. Si stima che il disturbo, anche nella sua variante complessa (Cptsd) colpisca circa il 20% della popolazione ucraina, con picchi del 55% tra gli sfollati interni, del 30% circa tra i rifugiati e dell’80% tra i veterani (fonti: The Lancet, European Psychiatry, European Journal of Clinical and Experimental Medicine e Globsec). Tra i combattenti attivi circa la metà presenta già i sintomi di questo disturbo.
«Il trauma» prosegue Butta, «è un evento in cui percepisci che la tua vita è in pericolo. È una definizione abbastanza precisa. Riviverlo costantemente vuol dire avere pensieri intrusivi che magari generano incubi – diversi dall’insonnia che viene considerata un sintomo aggiuntivo – cambiamenti nell’umore generale, pensieri che attivano delle tensioni negative, immagine di sé disturbata oppure distacco emotivo, senso di colpa. E ancora uno stato allerta continua, come se ci si sentisse continuamente in pericolo». Una sorta di paranoia che unita agli altri sintomi può davvero gettare il malato nel baratro. Il che, unito ai problemi congeniti generati da un conflitto come la necessità di trovare una nuova casa, di provvedere ai figli o alle preoccupazioni della vita quotidiana può essere devastante per la psiche già fragile di chi soffre di Ptsd. «Servirà un’attenzione e un lavoro enorme da parte del governo ucraino dopo la guerra». Ma il rischio reale è già identificabile? Ad esempio: è corretto dire che in una società con centinaia di migliaia di uomini addestrati e armati che hanno vissuto anni di sola guerra i rischi di una radicalizzazione generale nel periodo post-bellico?
VIAGGIANDO PER L’UCRAINA in guerra un pensiero ricorrente che occupa la mente porta ai capitoli dei libri di storia delle superiori in cui si parlava dei reduci della Prima guerra mondiale. Disadattati, violenti, sbandati e problematici che si sono affidati alle dittature costituendone la linfa vitale, l’ossatura e il braccio armato. «È una domanda alla quale è difficile rispondere, ma esistono studi specifici di studiosi israeliani e palestinesi di psicologia transgenerazionale che si occupano proprio degli effetti a lungo termine della Nakba dell’occupazione dei territori» o, per citare un altro esempio, «negli ultimi sei mesi abbiamo avuto tre diverse visite di rappresentanti della stampa giapponese che sono venuti nel centro di Vinnytsia a intervistare i nostri colleghi ucraini perché in Giappone in questo momento c’è molto interesse per le conseguenze odierne del Ptsd non trattato dopo la seconda guerra mondiale, quindi due generazioni dopo. È molto interessante perché questo disturbo ha conseguenze che durano non solo in orizzontale nella società ma anche in verticale. Potenzialmente, quindi quello di cui ci si prende cura oggi avrà un impatto in futuro molto molto importante».
Che Ucraina sarà dopo così tanta guerra è difficile dirlo, ma sappiamo per certo che se in nome del mito dell’eroe e della difesa nazionale non si darà modo a tutte queste persone traumatizzate di superare il conflitto, o almeno di provarci, la sofferenza di oggi non finirà con nessun trattato di pace.
